Il treno delle anime fragili: Poesie degli anni Duemila (Apr. 2022)
Anni fa un anziano poeta, mio amico e vincitore di diversi premi letterari, mi disse pressappoco questo: “Vedi, ci sono due tipi di poesie: quelle ‘del cuore’ e quelle ‘da concorso’. Le prime sono quelle spontanee, che parlano di te; le seconde, invece, per vincere devono avere caratteristiche particolari: essere lunghe, complesse nella tecnica poetica e non necessariamente emozionanti. Si possono cioè scrivere a tavolino, con un po’ di esperienza”.
Queste parole mi sono rimaste sempre impresse e, nel momento in cui anch’io ho iniziato a vincere o a piazzarmi nei concorsi di poesia, ascoltando le poesie vincitrici ho immediatamente notato che aveva ragione: mai al primo posto c’era una poesia breve, trasudante emozione; semmai testi complessi, che spesse volte neanche arrivavano al cuore né comprendevo. C’era una sorta di gioco verbale, tra metafore ardite e accostamenti lessicali davvero inconsueti. Niente metrica tradizionale (verso libero) ma comunque costruzioni di frasi quantomeno curiose.
Io che ero solito scrivere poesie molto brevi (oggi noto che mi sto allungando di più), retaggio forse di un’eco sbiadita dell’ermetismo assimilato a scuola, mi trovavo doppiamente spiazzato: da una parte perché l’emozione poetica sembrava assolutamente bandita; dall’altra perché il mio stile era breve, conciso, e dunque lontano dai dettami suggeriti per “avere successo”. Nonostante il desiderio di vedere riconosciuto il mio lavoro con qualche coppa o targa di merito, in ogni caso non sono mai riuscito a “scrivere a tavolino”. Se la poesia usciva lunga, bene; diversamente poco importava che fosse composta di meno di dieci versi. Al diavolo i concorsi: io scrivo così, perché ho bisogno di scrivere così.
Bisogno, sì, perché la poesia diventa spesso un bisogno al quale non puoi rinunciare. Questo grumo di parole che ti si forma nello stomaco, frutto di un’emozione ma più spesso di una o più parole che sono entrate nella testa e ti stanno solleticando innumerevoli immagini e reazioni, devono comunque trovare sfogo sulla carta. Non per nulla tanti poeti portano sempre con sé un taccuino e una penna, perché il momento in cui la poesia deve uscire, non lo saprai mai. Può essere alle 11 di sera, alle 6 del mattino, a mezzogiorno in mezzo al traffico, o addirittura (a me è capitato) durante un - noioso - convegno. Non sarà fine dirlo, ma è un po’ come vomitare: sento lo stomaco (in questo caso anche l’anima, il cuore o altro elemento deputato alle emozioni) borbottare perché qualcosa deve uscire, ed arriva il momento in cui questo flusso creativo deve trovare uno sfogo su carta, carta igienica, scontrini del bar, addirittura mani se non c’è altro supporto. Ed eccoli i versi. Caldi, indifesi, spesso grezzi. Perché subito dopo (a me capita così, altri li riprendono anche dopo anni) inizia la fase di limatura. Togli, cambi, aggiungi un “a capo”, lasci in bianco perché quella parola vomitata d’istinto non ti piace ecc. Per quanto mi riguarda, questo lavoro di limatura dura massimo mezz’ora. Poi basta. Se rileggendola e scrivendola tre, quattro, cinque volte mi convince, la poesia resta cristallizzata per sempre. Non mi è mai capitato, infatti, di modificare testi scritti anni o giorni prima. Mai. Perché ritengo che le poesie siano una fotografia dell’anima. Ma di quelle analogiche, su pellicola, quelle che una volta scattate, restavano così per sempre, senza Photoshop o altri mezzi per modificarle. Ecco forse perché le mie sono poesie molto d’immagine, poco concettuali ma visive; poco ermetiche (almeno credo...) ma molto emotive. Io scrivo così, e non capiterà mai che ad esempio vada ad un corso per scrivere poesie. Sarebbe come frequentare un corso per fare l’amore. Qui e là ci vai d’istinto, di cuore, di pancia. Ovviamente avendo alle spalle un background e una maturazione letteraria che non ti porti a scrivere dopo anni versi del tipo “bisogna guardare il colore del cuore/ non della pelle”, oppure usare parole come “amor” (per “amore”), “son” (per “sono”), o altri retaggi del linguaggio poetico che fu. Insomma, non basta togliere l’ultima vocale perché un testo sia da considerarsi poesia.
E allora, mi chiedo, cos’è la poesia? A mio parere un dipinto, un dipinto di parole. Io non ho mai imparato a disegnare e di certo non è un mio talento. Tuttavia mi accorgo di usare le parole come se fossero il colore in cui intingi la punta della tua penna/pennello. Col rischio - certo - di innamorarsi delle parole stesse. In questo caso escono le poesie da concorso: poco “emotive”, ma stimolanti per l’ardore che l’autore è riuscito a mettere nel scegliere le combinazioni delle frasi. No. È come se ci trovassimo di fronte ad un quadro astratto “da interpretare”, mentre io invece sono di gran lunga per la scuola “classica”, quella di fronte alle cui opere puoi provare emozione, empatia, comunque un moto dell’anima che non sia solo mentale.
Il rischio di prediligere una via emotiva è dietro l’angolo. Ancora oggi sul poeta grava uno stereotipo che lo dipinge come una persona sognatrice, sempre con la testa tra le nuvole, esageratamente sensibile e di certo staccata dalla rude realtà che si vive. Ricordo a questo proposito un giorno in cui avevo forse 15-16 anni e già scrivevo (ho cominciato a 12). Telefonò a casa un amico di mio fratello, più grande di me di 5 anni. “Alberto?”, chiese. “No, sono Stefano...”. “Ah, il poeta!”, rispose immediatamente. E in quel “ah, il poeta” non c’era stupore, ammirazione o altro. C’era già un giudizio: ah, tu sei il ragazzo sensibile, sognatore, finanche un po’ sfigato.
In poche parole, l’immagine distorta di un Giacomo Leopardi asociale, rinsecchito dalle malattie, sfigato e con zero successo con le donne, resta come immagine-simbolo del poeta tout court, senza contare altri esempi di segno opposto come ad esempio Pablo Neruda : poeta, attivista politico, amatore sanguigno, leader di un’intera generazione (e non solo).
In una società povera di spirito, nutrita solo da totem di plastica, l’essere poeti non è dunque un motivo di vanto, quasi semmai di vergogna. O almeno questa è la sensazione prevalente in me. Sarà per questo che i miei poeti hanno anime fragili, scrivono lontano dalla città, su treni (Il treno delle anime fragili) che corrono di notte per poi tornare esausti in stazione all’alba. Oppure sono rinchiusi come bestie in gabbie da zoo (cfr. Lezioni di vita): «Lascia stare, è pericoloso»,/ sussurra appena, portandoselo via,/ «è un poeta...». O ancora vengono schivati dai vascelli in cui navigano i nostri amori, quasi che lo scrivere poesie non avesse alcun effetto su di loro. Cosa, questa, peraltro ribadita crudamente anche in Cosa resterà: “cosa resterà/ di questa voce che si fa urlo/ e suona invece melodia/ a cuori ottusi, o forse/ mai nati”.
Pessimismo? Non proprio. Direi piuttosto realismo. Ma nonostante questo, scrivere è un bisogno tale che nessun giudizio al mondo potrebbe sopirlo.
Questo bisogno di scrivere mi ha portato a pubblicare questo secondo libro di poesie . Se il primo volume raccoglie un’antologia dei miei componimenti fino circa agli anni ’90, questo secondo raccoglie buona parte di quelli scritti negli anni Duemila, dopo un lunghissimo silenzio creativo tale da farmi supporre di aver avuto un blocco creativo. Invece la poesia è tornata a sgorgare come un fiume, con un ritmo di scrittura che avevo solo negli anni ’80 -‘90.
Le poesie inserite hanno perlopiù un ordine cronologico di scrittura (questa seconda edizione raccoglie tutte quelle fino a marzo 2022), salvo racchiuderle in tre sezioni per omogeneità di argomento: Anime fragili (appunto i poeti e il loro dono di scrivere); Il tempo dell’attesa (poesie d’amore, dolore e speranza) e Fotografie dell’anima (dipinti di parole difficilmente collocabili in altre griglie tematiche).
So bene che non sarà la “raccolta definitiva”; semmai è da intendersi con un punto fermo per fissare nel cristallo della pubblicazione pensieri, immagini, emozioni che resteranno tali per sempre.
Data pubblicazione: Aprile 2022
pp: 96
Euro: 10,40
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